IL CAMBIAMENTO…ARTE DI VIVERE

I. Dovere
Il grande equivoco: “devi volerti bene”.
Impossibile: sono sbagliate le premesse .
Volersi bene è un apprendistato, un cammino, con cadute e riprese, si impara.
Così come un artista del legno perfeziona la sua arte nel corso degli anni, allo stesso modo si apprende e si impara l’arte di voler bene a sé stessi giorno dopo giorno.
Si può certo, ed allora la vita cambia completamente.
Volersi bene è voler bene al nostro corpo prima di tutto.
Un corpo che crediamo sia il nostro burattino, del quale non rispettiamo le esigenze e che maltrattiamo in tutti i modi: vita stressante, mancanza di sonno, alimentazione scorretta, abitudini sbagliate, e pensieri negativi.
ll corpo si ribella, parla con l’unico linguaggio che conosce, una lingua antica e saggia: dice no grazie, e si ammala finanche al punto da piantarci in asso.
In quel momento chi ci sta piantando in asso, insieme al corpo, è il nostro cervello, ci che ne ha abbastanza di pensieri distorti, che ha provato tante volte a parlarci restando inascoltato e ora manda segnali d’allarme anche attraverso il corpo.
Siamo un’unità di corpo e mente creata in perfetto equilibrio e sta a noi conservarlo.
“Devi volerti bene”.
La parola dovere riferita al volersi bene è il suicidio del voler bene a sé stessi, è il miglior modo per non amarsi mai.
Quel “devi” è la premessa al fallimento.
Non che il fallimento sia un male in sé, ma una volta sperimentato che il devi non funziona, occorre far tesoro del fallimento, considerarlo un punto di partenza per una nuova svolta, un’occasione preziosa., fare del fallimento un’esperienza positiva ed uno stimolo per cambiare su premesse diverse.
Del concetto di fallimento, della nostra rappresentazione mentale del fallimento e delle conseguenze che può portare nella nostra vita parleremo più oltre.
Il verbo dovere va cancellato se si vuole iniziare l’ apprendistato verso l’amore per sé stessi.
Tutti possono intraprendere questa avventura affascinante, amarsi è un vivere la vita in pienezza affrontando i problemi con serenità, senza fughe e senza impazzire.
Ricominciamo dunque: “Voglio volermi bene”.

Base ideale di partenza è l’essere stanchi di sé stessi, e se possibile l’essere stanchi di sé stessi così stanchi.
II. Impopolarità
Nessuno desidera essere impopolare, le persone preferiscono essere infelici piuttosto che impopolari.
La felicità non è popolare, ed oggi forse non è “politicamente corretto” essere felici.
Come possiamo essere felici con le borse che crollano, i mutui che aumentano, gli stipendi che diminuiscono, le guerre, l’aids, la fame nel mondo, il cancro, gli incidenti stradali, le catastrofi naturali, l’inquinamento, l’effetto serra etc.?
Essere felici in queste condizioni significherebbe essere irresponsabili!
Per essere responsabili dobbiamo (riecco il verbo dovere) preoccuparci, avere l’ansia, possibilmente l’insonnia, attacchi di panico, la depressione, correre da un medico all’altro, far uso di psicofarmaci, lavorare fino a farci scoppiare il cuore ed addebitare tutto alla mala sorte, al caso ed ai tempi che viviamo ma…così sì siamo responsabili e facciamo il nostro dovere!
E’ il messaggio che riceviamo ogni giorno, ventiquattro ore su ventiquattro, bombardati dal negativo senza bisogno di metter piede fuori di casa. Basta accendere la televisione, la radio, leggere un giornale.
Ed il messaggio che sta dietro è: “guai ad essere felici, è da irresponsabili, è mancare al proprio dovere”.
Questo triste quanto falso messaggio, fa leva sui nostri bisogni vitali: di essere amati e di sentire che apparteniamo ad un gruppo, di sentirci accettati e sui nostri sensi di colpa.
E dall’altro lato fa leva sulla nostra paura del cambiamento.
E’ un messaggio paralizzante che funziona, che ottiene l’effetto voluto: paralizzarci, massificarci, pensiamo tutti le stesse cose e facciamo le stesse cose, e siamo prevedibili e controllabili.
Cambiare significa molte cose, in primo luogo correre il rischio di abbandonare per un po’ le “sicurezze”, e tra queste la falsa sicurezza del “se sono infelice sono responsabile e dunque socialmente ben accetto”.
Cambiare significa correre il rischio di abbandonare per un po’ tutte le nostre false sicurezze interiori.
Chiaramente false: una sicurezza che sia tale rende sereni.
Se sono davvero sicuro di me, se ho fiducia nelle mie risorse e capacità non sarò preda dell’ansia e dello stress, qualunque cosa succeda fuori.
E significa anche abbandonare il bisogno (altrettanto falso) di essere compatiti e di sentirci amati falsamente per le nostre “sfortune”.
Se qualcuno ci ama e ci compatisce perché siamo molto sfortunati, perché le nostre relazioni vanno a pezzi e ci deprimiamo, perché il lavoro non funziona, perché soffriamo di ansia e ci sentiamo paralizzati, che razza di amore è?
Non siamo forse degni di essere amati senza alcun perché? Semplicemente in quanto persone uniche e speciali?
E che razza di amore è un amore che ci paralizza, che ci immobilizza, che non ci fa avanzare di un passo verso una vita libera, ricca e piena?
Nella logica della società in cui viviamo, per essere accettati ed amati occorre essere responsabili, ma essere responsabili e fare il proprio dovere significa essere infelici e stare male.
E più stiamo male più gli altri ci ameranno. E se non ci ameranno abbiamo il diritto di pensare che esseri insensibili a cattivi abbiamo intorno, gente insensibile e che abbandona chi soffre. Insomma, acquistiamo il diritto di lamentarci e di sentirci ancora peggio, soli ed abbandonati, acquistiamo la legittimazione a pensare: “le cose sono come sono e nulla cambierà mai”.
Paradossalmente è comodo, evitiamo il cambiamento di cui abbiamo timore, il fluire verso il cambiamento, e possiamo a nostra volta crogiolarci nel malessere, che sia l’ansia o il mal di testa ricorrente o la gastrite, e pensare quanto stiamo bravi a prepararci ad un infarto da stress, anche se non lo vorremo no, ma le circostanze sono tali che mica è colpa nostra…ma morire di infarto da stress è da eroi e dopo chissà, verremo ricordati come dei martiri della causa, delle vittime.
Peccato che alla fine nessuno si ricorderà più di noi e tra cento anni saremo solo un numero nelle statistiche dei decessi per cardiopatie da stress.
Una volta compreso il messaggio: “per essere responsabili è necessario essere infelici, così gli altri ci ameranno e si impietosiranno”, ciò che ci si spalanca è un baratro di infelicità e di insicurezza. L’altro messaggio che la società ci trasmette, la carota dopo il bastone è il seguente: esistono cose per stare meglio, cose materiali e poco importa se si tratta di un’illusione, anzi, così deve essere perché in realtà non vogliamo cambiare, usciremo dal gruppo, saremo degli eretici, dei rei ad oltranza e senza possibilità di appello, oltre la fatto che dovremo darci una mossa.
Anche qui si tratta di un messaggio chiaro: vivi nello stress, hai l’ansia, la depressione, il mal di testa, l’insonnia, la gastrite cronica, insicurezza, bassa autostima?
Il nuovo modello di cellulare ti salverà, una nuova automobile o un videogioco risolveranno i tuoi problemi, e se userai ogni giorno la crema anti-età da cento euro al grammo tutta la tua vita sarà diversa….e via di questo passo.
E’ l’atro paradosso.
Perché devo annullare l’età, la bellezza del tempo che passa, l’esperienza acquisita? Perché vogliono obbligarmi a pensare che giovane è ok ed il passare del tempo è un evento tremendo da vivere il peggio possibile? Perché vogliono obbligarmi a circondarmi di oggetti, di cose che non mi servono con l’illusione di sentirmi forte e sicuro?
Perché io consumi, perché compri, e se compro valgo, se ho valgo.
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